venerdì 16 novembre 2018
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Scarso è bello!

Premessa

Oramai da qualche anno gioco con quel piccolo computer a singola scheda che è Raspberry Pi e respiro appieno l’esperienza della sua community. Questo non basta a far di me un “esperto” (la dicitura “perenne novellino” permane, nella mia firma), ma per qualche motivo questo fa si che, anche al di fuori di questo sito, spesso si rivolgano a me per richieste di informazioni, consulenze, dubbi da chiarire su questo computer piccolo piccolo.
E io rispondo volentieri, è la mia missione, quello che mi piace fare. Discutere di una passione. Di un progetto che condivido e cerco, nel mio piccolo, di divulgare quello che so, che ho appreso o che ho letto.

Il punto di vista sbagliato

In ogni riunione, o conferenza (non amo chiamarle con termini stranieri), prima o poi, c’è qualcuno che fa la classica domanda fuori contesto, l’osservazione fuori luogo, così aliena da essere imbarazzante, quella che fa sbuffare tutto il resto del pubblico, quella che fa apparire grandi sorrisi sulla faccia del relatore, mentre pensa come imbastire una risposta, e a cosa mai stesse pensando l’interlocutore per tutto il tempo dell’evento… Vuole essere gentile, e rispondere, ma se la domanda o l’osservazione è palesemente fuori argomento, è assai complicato.
Ultimamente ho percepito delle sensazioni simili. Più di una persona, dopo infinite spiegazioni su metodi e possibilità, ci ha tenuto a farmi notare: “Si, ma Raspberry Pi è scarso”.
Scarso? Cosa vuol dire scarso? Forse non me lo ricordo bene, urge un controllo al dizionario (on-line):

“Scarso: Che non basta, che è poco rispetto al necessario; insufficiente, inadeguato”

Scarso, insufficiente, inadeguato, ma in cosa? Rispetto a cosa?
Erano ragazzi, e intendevano che è scarso in prestazioni. in potenza di calcolo pura.
Certo. Vero, ci mancherebbe altro. Ma cercare la potenza in un computer da 35 dollari, è come voler cercare i freni in carbonio su una utilitaria Dacia. Mi hanno detto anche che 35 dollari sono fin troppi, per un SoC che ne costerà si e no 10. Sbagliato, cari miei. Il SoC costa ancora meno, di sicuro, visto che tutto il Raspberry Pi Zero di dollari ne costa solo 5. ma un computer non è solo il Soc. Dimenticano il resto dell’elettronica, la progettazione, le certificazioni, la produzione quando non possiedi impianti di produzione industriale, lo sviluppo e il mantenimento di una distribuzione software, tutta la parte educativa di corsi e insegnamento con le scuole e sopratutto, il fine ultimo: la Raspberry Pi Foundation è una fondazione di beneficenza. L’operazione benefica non è nel farti spendere poco, caro ragazzo, per vedere i filmati in streaming o darti potenza per emulare le console, come pensi; è cercare invece di dare accesso a un computer (e di riflesso alla rete, e di riflesso alle informazioni e nozioni) a chi vive in realtà per le quali non se lo sarebbe mai potuto permettere; è fornirgli le conoscenze per imparare a entrare nel mondo digitale dalla porta principale (phisical computing, IoT, robotica, coding, automazione) pur investendo pochissimo; è riuscire a realizzare un computer completo, il più possibile open, al prezzo più basso possibile.
Vale la pena riscriverlo:

Al prezzo più basso possibile

Proprio così, non “il più potente possibile”, come tutta l’informatica e l’hi-tech che ti ha circondato dalla tua nascita fino a oggi. Con un marketing che ha giocato a “chi lo ha più grande?” (il numerino che dovrebbe indicare le prestazioni o il valore di un prodotto): pc con clock sempre più elevati (che poi la potenza è altro), televisori sempre più grandi per case sempre più piccole, telefoni a 4k, impianti stereo più potenti (che tanto se superi i 10 Watt in casa, il vicino ti manda le forze dell’ordine), addirittura estendendo la filosofia a ogni prodotto: lavatrici più capienti (con famiglie sempre meno numerose), aspirapolvere con maggiore autonomia…
Oggi c’è un grosso problema culturale, di cui l’innovazione e la digitalizzazione sono un po’ complici. Forse uno spiacevole “effetto collaterale”. Oggi, grazie al digitale, infatti, molti servizi sono diventati immediati, veloci, perfetti.
La spesa? Si fa on-line, in pigiama, il giorno dopo la si ritira in 10 minuti o addirittura te la portano a casa.
La banca? A portata di dito, aperta 24 ore su 24. Serie Tv? On demand, quando voglio, come voglio, per quanto tempo voglio. Questa cosa crea dipendenza. E chi non ha conosciuto la realtà precedente, non conosce altro che questa dipendenza, e può subirla. E appena le cose non sono così immediate come siamo abituati, allora tutto è schifo.
La chiamano gratificazione istantanea, versione USA del caro vecchio “tutto e subito”. Viviamo in un mondo digitale in cui puoi condividere a livello globale un pensiero, in modo istantaneo, e hai il feedback in tempo reale, sotto forma di like, condivisioni, retweet eccetera.
Si vuole subito il risultato, e deve essere ottimo. Dopotutto, non hanno fatto così i guru informatici celebrati dai media? Zuckerberg, non era miliardario già a 19 anni? L’impresa di successo, non viene dalle Start-up, piccole, veloci, di vita breve?
Si confonde il ruolo del “digitale”: invece che come mezzo per ottenere un risultato, lo si confonde con il risultato stesso, compiendo un errore madornale. Grazie alle nuove tecnologie posso ordinare tramite una app il mio cibo preferito da un ristorante in città, e farmelo portare a casa in pochissimo tempo. Tutto molto comodo e efficiente, ma se poi il cibo non è buono, se non è curato, tutta questa tecnologia e velocità diventa totalmente inutile.
Mi piace fare sempre l’esempio di Dyson, conosciuto per il sistema di aspirapolvere altamente tecnologico. Leggenda (e wikipedia) vuole che Mr Dyson, prima di ottenere un modello funzionante del suo aspirapolvere, impiegò ben 5 anni e 5.127 prototipi sviluppati nel garage di casa. Significa una strabiliante media di oltre 2,8 prototipi non funzionanti al giorno, creati nel tempo libero, per 5 anni. Non ha lasciato perdere alla seconda delusione, non era affetto dalla sindrome del “tutto e subito”. Oggi è miliardario per aver saputo realizzare la sua idea.

Sto farneticando?

Sono partito da Raspberry Pi e ora vi parlo dell’atteggiamento “tutto e subito” delle nuove generazioni. Che c’entra? C’entra, C’entra.
Anno 2006: Università Cambridge, laboratorio di Computer. Eben Upton, Rob Mullins, Jack Lang, e Alan Mycroft, erano preoccupati per il calo del 50% di studenti ammessi alla facoltà di informatica nei primi cinque anni del 2000.
Valutarono che uno dei problemi maggiori era la mancanza di un computer a basso costo che spingesse alla programmazione, in favore di dispositivi hardware specializzati e chiusi.
Erano cresciuti con i primi home computer, BBC Micro, Commodore Vic20 C64, PET, lo Spectrum… Avevano imparato i rudimenti dell’informatica e della programmazione divertendosi, e la passione era cresciuta con loro, portandoli a insegnarla oggi negli ambienti universitari.
Se ti serviva una utility, a quei tempi, non si andava sull’app store a cercarla, oppure in rete. Spesso e volentieri ce la si doveva scrivere da soli. E si doveva imparare come.
Non si avevano le cose pronte, si creavano. Avere un programma funzionante che assolvesse la funzione desiderata, non si risolveva in 5 minuti, ma spesso in 5 mesi o anche più, con pazienza e impegno. E parliamo di sistemi a 8 bit, con CPU funzionanti a 1 o 2 Mhz, con una briciola di RAM disponibile (ben 3,5 Kb sulla mia macchina di esordio, il Commodore Vic 20).

1980: Schermata iniziale del Commodore Vic 20: circa 3kb e mezzo liberi per fare quello che ti pare!

Fare qualsiasi cosa, era una bella sfida, occorreva imparare a sfruttare al massimo le poche risorse di quelle macchine. In altre parole, erano macchine SCARSE. Decisamente scarse.
Però il loro valore educativo nell’alfabetizzazione informatica è stato enorme.
Eben e i suoi colleghi decisero di creare la Fondazione Raspberry Pi per ridare alle generazioni attuali quello che aveva vissuto la loro: una macchina magari dalle prestazioni scarse, ma completa e dal grande valore educativo. Realizzare un nuovo computer per tutti, non più “home computer” ma “school computer” o meglio “educational computer”. Un computer che costasse il meno possibile, per arrivare a più persone possibili.

Philip Colligan, CEO della Fondazione Raspberry Pi; Eben Upton, il creatore di RaspberryPi e CEO di RaspberryPi Trading, e David Cleevely, Capo del Board dei fondatori. Cosa hanno in mano? Il primo prototipo di RaspberryPi, realizzato da Eben nel 2009. Crediti immagine: raspberrypi.org

Meno male, allora, che Raspberry Pi è una macchina scarsa. Per me che ho superato i 40 ha significato ritrovare quella passione giovanile di comprendere la vera tecnologia dall’interno, e spero che per i giovani di oggi sia un po’ la versione 2.0 di quel boom degli home computer degli anni ’80 (si, parlo del secolo scorso…) in modo che anche loro possano vivere le stesse esperienze.
Oggi il valore trasmesso non è più l’alfabetizzazione informatica, legata alla terza rivoluzione industriale, ma i nuovo concetti di tecnologia legati alla quarta rivoluzione industriale (o industria 4.0): IoT, automazione, machine learning, IA. Guarda caso, tutto questo è possibile grazie a una macchina scarsa, mentre non è lo stesso con altri prodotti più performanti. Scarso è bello!

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A proposito di Zzed

Zzed
Appassionato di informatica alternativa, ma perenne novellino di Linux..

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